In piscina con "mammà"... anche negli spogliatoi

bambini in piscina
A chi frequenta piscine e centri sportivi capita di vedere mamme accompagnate da figli maschi adolescenti (spesso in imbarazzo) aggirarsi negli spogliatoi femminili. Forse timorose di abbandonare al loro destino le proprie creature, tali madri preferiscono che il ragazzino si cambi insieme a loro e ad altre donne, piuttosto che affrontare da solo uno spogliatoio “tutto per lui”. Perché questo atteggiamento che per qualcuno potrebbe addirittura apparire innocente, è in realtà pericoloso per il ragazzo?


Lo chiediamo a Laura Pigozzi, psicoanalista, saggista, scrittrice, autrice del libro “Mio figlio mi adora” (Nottetempo)

spogliatoio piscina

Esiste una regolamentazione che stabilisca fino a che età un ragazzino può entrare nello spogliatoio femminile della piscina?

Su questo terreno c’è un vuoto legislativo e ogni centro sportivo si dà le proprie regole: la MilanoSport, come molte altre piscine sul territorio nazionale, stabilisce l’età di 8 anni (alcune 7), mentre altre, come la Sport Management di Verona che gestisce una quarantina di strutture sportive pubbliche, ha recentemente fissato il tetto a 12 anni, forse per sgravarsi, con un facile ma dannoso giochetto, delle loro responsabilità.

Il fatto che in totale autonomia queste società private che, però, di fatto gestiscono strutture costruite per lo più con denaro pubblico, possano decidere in una materia tanto delicata, è una questione che lascia esterrefatti. Nei luoghi pubblici, destinati allo sport e quindi soprattutto a preadolescenti e adolescenti, come può esistere un regolamento di carattere privato?


Non si capisce su quale base si poggi la decisione, certo non sulla conoscenza dello sviluppo psicofisico del pre-adolescente. Forse sulla base di un supposto “gradimento” clientelare dato che le madri sono le maggiori responsabili acquisto degli abbonamenti sportivi? Questo, però, finisce per ledere l’interesse primario all’autonomia, che è un interesse di moltissime madri attente e responsabili e, non da ultimo, della società civile che su questi ragazzi fonderà il proprio futuro.

Naturalmente le società sportive che promuovono l’autonomia dei ragazzi hanno il merito di iniziare il loro lavoro di educazione sportiva già dentro lo spogliatoio. Quelle che non la promuovono, mettendo ad esempio il regolamento dei 12 anni, si può dire che lo falliscano sin dall’inizio.


Mi chiedo che senso abbia lavorare, come io e i miei colleghi facciamo, per arginare l’infantilizzazione dei ragazzi, quando i centri dove i nostri figli passano anche molto tempo, possano darsi delle norme che la appoggiano? Ho sempre sostenuto, nei miei scritti, la scuola e il centro sportivo come luogo di evoluzione, ma se anche questi luoghi altri cominciano ad obbedire alla logica dell’ansia materna, per i figli non c’è più un luogo libero. Però, dal momento che ne hanno bisogno, mi chiedo, dove andranno a cercarlo?

In tutti i regolamenti che ho visto, la scelta dello spogliatoio maschile o femminile è determinato dal sesso dell’accompagnatore e non dal sesso della bimba/o, ma credo sia piuttosto raro vedere un padre che accompagna la figlia dodicenne nello spogliatoio maschile. Che i padri, sulle questioni dello sviluppo pulsionale dei figli abbiano un migliore polso della situazione?

Perché il comportamento di queste mamme rivela un atteggiamento che non tiene conto del rispetto dello sviluppo pulsionale dei maschi?

Le madri che si portano il ragazzino in spogliatoio fino alle soglie dell’adolescenza - esclusi i casi particolari e certificati di ragazzi bisognosi di aiuto - dimostrano un’insensibilità al cambiamento evolutivo dei figli, o addirittura un’opposizione inconscia al loro sviluppo.

I dodici anni, e anche prima, sono una fase delicata della vita, in cui le domande che un ragazzo si pone vertono spesso sulla questione sessuale, sia in termini di curiosità sull’argomento, sia per quanto riguarda il proprio orientamento, sia per ciò che concerne l’esplorazione del proprio corpo. Far finta che in una fase così bollente sia normale portarsi il ragazzo nel proprio spogliatoio è quanto meno miope.

Non solo il corpo della madre risulta particolarmente esposto, nonostante l’utilizzo di camerini che, da frequentatrice assidua di piscine, ho visto spesso utilizzare da madri e figli insieme - e non è che il corpo della madre sia meno perturbante per la figlia - , ma non pare giusto che un figlio faccia le sue esplorazioni sui corpi femminili estranei sotto gli occhi vigili della madre. Un ragazzo ha il sacrosanto diritto alle proprie sue indagini senza che vi sia una intrusione materna.


Inoltre, il ragazzo ha il diritto di vedersela da solo con le sue mutande, col suo costume, senza l’intervento di mammà. E se esce con i calzini spaiati o avendo perso il costume, pace, è un prezzo che si può ben pagare pur di promuovere piccoli gesti di autonomia che risulteranno grandi interventi formativi in seguito.

Che tipo di madre è quella che non lascia solo suo figlio neppure in uno spogliatoio?

È una madre che infantilizza il figlio, che lavora contro la sua crescita, che lo vuole controllare anche nelle sue sfere più intime, oppure - ancor peggio - che è convinta che queste non esistano ancora, e a volte non esistono davvero mai.

Nel mio lavoro ho incontrato non solo single, ma anche coppie che portavano ancora la biancheria sporca dalla madre o dalla suocera. E mettere le mani nelle mutande sporche di un altro adulto non è un gesto neutro.

Intervista di Giovanna Canzi

 

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