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Bambini a tavola: il cibo come alleato per placare un malessere

Bambini a tavola: il cibo come alleato per placare un malessere

La nostra società è spesso caratterizzata da un’iper-stimolazione: bambini e ragazzi corrono di qua e di là e lo spazio riservato al gioco libero, occasione per potersi confrontare con la propria creatività, è sempre più limitato e ridotto. Con poca frequenza, quindi, i piccoli possono incontrare dei momenti vuoti, momenti che implicano necessariamente anche un po’ di noia.

Quello della noia, del fare disimpegnato, è un tempo prezioso ma non sempre concesso: spesso infatti viene inquadrato anche dai genitori come una condizione negativa, inutile, sprecata, e per questo da riempire, tappare.

Per quanto si cerchi di evitarli, tuttavia, s’incontrano sempre dei momenti vuoti: i bambini abituati a un costante fare, dare e ricevere (che si tratti di nozioni scolastiche, piuttosto che giochi, regali o stimoli di ogni tipo) possono trovarsi ad utilizzare il cibo, in grande quantità, come un tappo per tutti quegli stati d’animo che non sono loro particolarmente familiari, come la noia, l’apatia, la solitudine.

Inoltre se i piccoli, sin dalle prime fasi dello sviluppo, sperimentano l’offerta anticipata del cibo come risposta univoca alle richieste espresse con pianti, capricci e paure, potranno poi incontrare qualche difficoltà nel riconoscere e distinguere le proprie sensazioni interne, tendendo a farvi fronte utilizzando il cibo in maniera indifferenziata, come risolutore magico di ogni problema o preoccupazione, in grado di consolare e  tranquillizzare. 

Il cibo diventa così il partner perfetto: non chiede nulla in cambio, non parla, non si aspetta risposte, assume il ruolo di compagno sempre disponibile.

Uno stato di disagio, dunque, può essere attenuato attraverso l’atto del riempimento, ma solo in modo apparente e provvisorio: per questo tale atto ha bisogno di essere ripetuto di continuo, per cercare di colmare un vuoto erroneamente interpretato come fame. Questo vuoto infatti non riguarda lo stomaco, ma il cuore, e solo la relazione e l’affetto possono fornire una soluzione.

Un pancino più tondo e la continua richiesta di cibo possono veicolare, così, il desiderio del bambino di attirare le attenzioni su di sé, nel tentativo di rendere più visibile il proprio corpo alle cure degli adulti, affinché si posi su di lui uno sguardo in grado di riconoscerlo come soggetto e di cogliere il messaggio di un suo malessere nascosto dall’adipe in eccesso.

È bene comunque sottolineare che le condotte alimentari che si presentano come particolari non sempre si associano a stati di disagio: ci sono infatti bambini che, per loro natura, mangiano di più e hanno una certa passione nei confronti del cibo (le cosiddette “buone forchette”) e bambini che, invece, sono poco interessati in questo senso e dunque mangiano un po’ di meno.

È importante quindi cercare di comprendere se il momento del pasto viene vissuto con serenità oppure se, al contrario, comporta fatiche o viene utilizzato dal piccolo per manifestare delle difficoltà.

In questo senso, come si scriveva poco sopra, il cibo può diventare il compagno perfetto per contenere e placare un malessere: se tale dinamica si protrae nel tempo, presentandosi regolarmente, può anche portare alla strutturazione di un vero e proprio disturbo alimentare, qual è l’obesità. Nella prospettiva psicoanalitica, i chili in più possono essere preservati e utilizzati come una corazza, dei cuscinetti in grado di proteggere dalle proprie emozioni e dalle relazioni con gli altri.

Al tempo stesso però il corpo così gonfiato, soprattutto in età evolutiva, veicola un appello: cattura infatti lo sguardo preoccupato dei genitori per spingerli ad andare oltre il fisico. Bambini e ragazzi che soffrono di obesità vivono spesso un malessere “muto”, perché non è semplice da comunicare e perché l’obesità stessa è ancora oggi, purtroppo, fuori dai riflettori sociali e dall’interesse dei mass media. Ciò che può celare quindi il loro corpo-corazza è una volontà silenziosa di essere amati e accettati, non solo per come appaiono all’esterno, ma per quello che sono realmente.

Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus
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