L'oggetto transazionale: un compagno inseparabile dei bambini

Arriva quel momento in cui ogni bambino deve fare i conti con la separazione e l’assenza della mamma, una mamma che non potrà essere sempre a sua disposizione per soddisfare tutti i suoi bisogni, tutte le volte che vuole; accade che il piccolo dovrà aspettare un pochino prima che qualcuno corra a prenderlo in braccio o che risponda a una sua richiesta di cibo e ciò creerà un certo grado di frustrazione in lui, che farà, per la prima volta, esperienza di non essere onnipotente e di non avere il controllo su tutto.
In quel momento troverà così rifugio nell’immaginazione, attribuendo a un oggetto speciale, più speciale degli altri, la facoltà di rappresentare la mamma ai suoi occhi: il bambino matura la necessità di rivivere quella sensazione di avere qualcosa perennemente con sé e così questo oggetto, investito di una carica emotiva e affettiva forte, porta il cucciolo d’uomo ad affezionarsi e a renderlo il suo compagno più fidato, il suo scudo, una fonte di sicurezza, per affrontare i momenti di lontananza dalla mamma che gli creano tanta tristezza e paura.
Ed ecco che quel peluche morbido e magari un po’ rovinato, un cuscino con un particolare profumo, il primo ciuccio o il lembo di una copertina rappresentano ciò che lo psicoanalista Donald Winnicott definisce “oggetto transizionale”, un particolare oggetto su cui il bambino riversa emozioni, bisogni, desideri, scaricando anche frustrazioni e aggressività se necessario, con la consapevolezza che questo rimarrà sempre a sua disposizione finché lui lo vorrà o ne avrà bisogno.
Questi oggetti compaiono solitamente tra il 6° e il 12° mese in concomitanza con i primi distacchi del piccolo dalla sua principale fonte di sicurezza che è la madre: per questo è un oggetto che “sa di mamma”, di affetto, e stringendolo evoca la presenza di una mancanza difficile da sostenere, riempiendo quel vuoto causato dalla separazione del bambino dal suo oggetto d’amore primario, rappresentando per lui un fedele compagno che lo seguirà lungo quel viaggio che è la crescita.
Nei primi mesi di vita, quando la mamma non c’è, il neonato crede di poterla far apparire con il solo pensiero; poi, crescendo e scontrandosi con una realtà che non corrisponde alla Sua realtà, nel momento in cui questo controllo inizia a vacillare, il bambino fa percezione della mancanza e ne rimane disarmato; l’oggetto transizionale entra in gioco proprio per fare da ponte tra figlio e genitore, disegnando una linea di confine tra mondo interno e mondo esterno.
Giocando con il suo oggetto privilegiato, il piccolo gli attribuisce una vitalità: per questo motivo ha la facoltà di fornire calore e sicurezza, facoltà che, seppur illusoria, è fondamentale poiché è proprio grazie a questa che ai suoi occhi può assolvere la funzione di un valido sostituto materno; crescendo il bambino sperimenta, attraverso il gioco con questo oggetto per lui speciale, il distacco dalla mamma e i timori che ne comporta, ritagliando così parti della storia di sé e della sua relazione d’amore con i genitori e rielaborandole grazie alla fantasia e alla creatività.
Con il passare degli anni, il bambino sentirà sempre meno l’esigenza di abbracciare la sua copertina o il suo orsacchiotto e avrà anche meno bisogno del suo compagno fidato quando si sentirà triste o prima di addormentarsi; con il tempo, il momento della nanna non rappresenterà più un mostro che fa così tanta paura e il piccolo saprà che per poter rivedere la mamma o il papà, per sentirsi meno solo o abbandonato, gli basterà anche solo il ricordo di un loro abbraccio.
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