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Per i bambini il gioco è veramente una “cosa seria”

Per i bambini il gioco è veramente una “cosa seria”

Il gioco rientra tra i Diritti Fondamentali dei Bambini, come sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite che ne sottolinea l’importanza nella vita psichica e nella crescita di tutti i bambini del mondo, poiché contribuisce al benessere in infanzia dal punto di vista fisico, cognitivo, sociale e affettivo.

E per i bambini il gioco è veramente una “cosa seria”:

ce ne si rende conto guardando ogni bambino, piccolo o grande che sia, intento a giocare, da solo o in compagnia, che sembra sempre impegnato in qualcosa di davvero coinvolgente. Anche il gioco più spensierato, infatti, non è mai solo divertimento fine a se stesso, non è un “mero passatempo”: giocando, il bambino trasforma la realtà che lo circonda e la reinventa creando un mondo immaginario a partire dalle sue fantasie e dai suoi desideri.

È importante che possa esserci tempo da dedicare al gioco spontaneo, un tempo libero che dia spazio all’immaginazione, all’invenzione e alla fantasia. Giocare permette difatti l’espressione della creatività: il gioco stesso è esperienza creativa.

A tal proposito Winnicott, famoso pediatra e psicoanalista inglese, parla di bambini “perduti” nel gioco, in un'area intermedia tra realtà e fantasia, tra mondo interno e mondo esterno.

Durante i primi mesi di vita
il bambino utilizza il proprio corpo come strumento contemporaneamente di gioco e scoperta di sé e del mondo, impegnandosi in giochi ripetitivi, principalmente focalizzati su esperienze sensoriali, per esempio ascoltando e sperimentando tutte le possibili sfumature dei rumori, attraverso i vocalizzi o i suoni che può produrre, oppure concentrandosi sulle proprie dita o mani mentre le muove.

Progressivamente
sperimenta e distingue i confini del proprio corpo grazie anche all’importante e gioiosa esperienza del riconoscere la propria immagine riflessa nello specchio: ciò permette al bambino di maturare una concezione del proprio corpo come un'unità intera e distinta dal corpo della madre. Ogni bambino gestirà questa scoperta a suo modo: spesso, per fare i conti con la separazione e l’assenza della mamma, i piccoli utilizzano un oggetto particolare, un “giocattolo più speciale di altri” (una copertina, un peluche...).

Tale giocattolo viene detto “oggetto transizionale”, proprio perché si pone in quell’area intermedia tra mondo interno e mondo esterno di cui si diceva poco sopra.

Crescendo
inizierà a giocare con questo particolare oggetto d'amore, sperimentando in tale attività la capacità di simbolizzare la vita affettiva: ossia nel gioco spontaneo con l'oggetto transizionale, il bambino idealmente ritaglia una parte di sé, cioè della sua storia e della sua relazione d'amore con i genitori, e la rielabora liberamente grazie alla fantasia e alla creatività.

Questo delicato ma fondamentale passaggio sostiene il bambino che si "avventura” da solo nella realtà: l'attaccamento a quello speciale giocattolo agisce come una sorta di ponte, permettendo così una progressiva distanza dalla mamma e la possibilità di affrontare alcune situazioni particolari, che talvolta possono essere fonte di timore come, per esempio, l’ingresso al nido o il momento della nanna.

Proseguendo nello sviluppo
il bambino continua comunque ad aver bisogno di giochi, non necessariamente di giocattoli, ma di giochi: condivide e crea con altri, con il gruppo di pari, fratelli, sorelle, le narrazioni del gioco, indipendenti dall’oggetto materiale a sua disposizione.

Il gioco rappresenta dunque un forte elemento simbolico che aiuta a crescere, attraverso cui i piccoli acquisiscono conoscenze ed esperienze del mondo, sia mediate sia dirette.

Attraverso il gioco, nello spazio vuoto che sospende la realtà, bambini e ragazzi divengono ideatori dei loro copioni, registi e interpreti delle loro storie. Come sostiene Silvia Vegetti Finzi, psicologa clinica e psicoterapeuta, “con l’annuncio solenne ‘facciamo che io ero…?’ i bambini diventano liberi impresari del loro teatro del sogno”.

 

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