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Riflessioni di un maestro sullo Homeschooling

scolari

Lo Homeschooling come opzione didattica

Mi è capitato di parlare con genitori che stavano valutando la scelta dello homeschooling e chiedevano la mia opinione. Sono contrario allo homeschooling come insegnante, come adulto interessato alle questioni di educazione e come ex bambino. Le argomentazioni dei sostenitori delle varie forme di homeschooling sono fortemente centrate sulla didattica. L’idea di fondo, mi sembra, è questa: liberi dalla struttura costrittiva della scuola e dai suoi metodi di insegnamento antiquati, i bambini potranno realizzare al meglio il proprio potenziale di apprendimento, imparare seguendo la naturale curiosità infantile, seguire percorsi liberi e individualizzati. Immagino che possa funzionare. Una bambina o un bambino che non hanno specifici problemi di apprendimento possono imparare il necessario della scuola primaria anche a casa. 


La vita in classe

A scuola, però, non si va solo per imparare a scrivere leggere e far di conto, ma per imparare a stare con gli altri. La scuola offre un ambiente sufficientemente protetto, dove i bambini fanno tutto il tempo esperienze di relazione tra pari. La classe è un brodo primordiale di umanità dove succede sempre qualcosa, anche nei rari momenti di bonaccia. Si gioca, anche sotto il banco, si litiga e col tempo si impara a fare pace senza la mediazione di un adulto, si tiene il broncio e si impara a chiedere scusa, si imparano regole e si sperimenta la trasgressione, senza la quale le regole non hanno senso. Si impara che i bambini sono molto più severi degli adulti riguardo alle regole dei giochi, e che non ammettono i capricci. Dentro e fuori dalle ore di lezione si scambiano messaggi, usando per la prima volta in proprio il potere della scrittura, appena conquistato. Si disegna incessantemente, si costruiscono creature, macchine, case e cose con quello che c’è nell’astuccio e dintorni. Si copiano le creazioni dei compagni. Si litiga perché “mi hai copiato”.

lavoretti

Anche i più timidi e riservati finiscono per scoprire la ricchissima collezione di altri che la classe mette a disposizione in forma di compagni: bambini strani, rumorosi, occhialuti, faticosi, divertenti, scaccoloni, veloci, prepotenti, piccolissimi, dispettosi, insopportabili, premurosi, disegnatori, esagerati. Nel corso dei cinque anni ciascuno si scopre, cambia, si ferma un po’, fa due salti verso il diventare grande e uno indietro, e poi tutto di nuovo. In questo gran movimento capita di guardarsi in giro e scoprire che il principe degli insopportabili ha imparato a far ridere o che urlona-urlona è capace di tenere i segreti.

A scuola si sperimentano comportamenti di tutti i tipi, diversi da quelli di casa, e si mettono in gioco anche quel tanto di aggressività e di crudeltà che tutti abbiamo in dotazione, ed è bene che sappiamo di avere. Si cerca incessantemente l’amica o l’amico del cuore e, a volte, si trova. Si formano i fatidici gruppetti, si patisce un po’ di esclusione, o la si esercita. Si sperimenta l’appartenenza al grande gruppo dei compagni, fortissima in alcuni momenti, quasi impercettibile in altri. In classe, il più del tempo, ci si vuole bene, e si ride insieme, molto e spesso. 


Il mondo di casa e il mondo della scuola per i bambini

Tutto questo è possibile perché la scuola è uno spazio sociale ben distinto dalla famiglia. Per i bambini la certezza di questa separazione è importantissima: è la garanzia che permette loro di provare, giocare, sperimentare in modo libero e nuovo. Tra insegnanti e genitori, naturalmente, deve esserci comunicazione, possibilmente buona. I due mondi si parlano, a un certo livello, ma non si mescolano. Abbiamo avuto una dimostrazione di quanto sia importante per i bambini il confine tra casa e scuola nel periodo del lockdown e della DAD, quando la scuola è letteralmente entrata nelle case. Era evidente in molti la difficoltà di stare in questa anomalia, il peso di avere spesso un genitore accanto, o comunque a portata di orecchio, durante le lezioni, e una platea che comprendeva anche adulti di altre famiglie. Gran parte della specificità e del valore della scuola sta proprio nell’offrire ai bambini un mondo autonomo e separato da quello della famiglia.

Qui sta l’aspetto più problematico dello homeschooling, a mio parere. La famiglia può dare istruzione ai bambini, ma, tenendoli lontani dalla comunità dei pari, dalla vita brulicante e piena di imprevisti della classe, li priva di un’esperienza di enorme valore, molto difficile da recuperare più tardi. Il limite rimane, mi sembra, anche quando lo homeschooling prende la forma di piccole “scuole parentali” con insegnanti e gruppi di bambini. Tutti i bambini, infatti, provengono da famiglie in qualche modo consanguinee, che condividono fortemente un complesso di idee sull’istruzione, l’infanzia, l’educazione; gli altri che i piccoli andranno a conoscere rischiano di essere ben poco altri.

Bambini e ideologie dei genitori

Come insegnante, ma ancora di più come ex bambino, non posso fare a meno di vedere lo homeschooling come una scelta molto centrata su esigenze dei genitori, come il bisogno di distinguersi dalle altre famiglie e il gusto della battaglia ideologica, e poco sui bambini, che, tra l’altro, vogliono profondamente “essere come gli altri”. 


Già, i bambini. 
Quando discutiamo di homeschooling è logico che la nostra attenzione sia focalizzata sui due poli della scuola e della famiglia. Io sento però l’urgenza di ricordare che in mezzo non c’è solo un ideale bambino pedagogico, politico o sociologico: ci sono bambine e bambini reali e singolari, ci sono Marta, Giorgio, Viviana, James, Kimberley. Su ciascuno di loro ricadono non solo gli effetti concreti delle scelte dei genitori, quindi un’esperienza di scuola e di infanzia molto lontana dal consueto, ma una serie di messaggi più o meno impliciti che partono da un assunto fondamentale: “Noi non siamo come gli altri”. Il passo successivo e inevitabile, anche se non detto esplicitamente, è: “Noi siamo meglio degli altri”.

È un’idea molto difficile da portare sulle spalle per una bambina o un bambino, un intralcio nel processo di crescita che, come sappiamo, si gioca tra fuori e dentro, tra io e, appunto, gli altri. Il messaggio implicito dello homeschooling, come di tutte le ideologie o credenze religiose che portano le famiglie alla chiusura e al ripiegamento, è l’opposto della frase di Munari che tutti dovremmo ricordare più spesso: “Gli altri siamo noi”.

 

Michele Longo

Nato a Milano nel 1969, insegna nella scuola primaria da 15 anni. Ha frequentato la scuola nel parco Trotter “Casa del sole” prima come alunno e poi come maestro. In precedenza ha lavorato come educatore in strutture per persone con disabilità mentale. Collabora da qualche anno al blog della casa editrice Topipittori.

 

Foto copertina: Note Thanun

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