Antirazzismo: quando lo sport contrasta le discriminazioni


Accadde circa ventun anni fa in Sudafrica, allo stadio Ellis Park di Johannesburg, dove gli Springboks, squadra nazionale di Rugby, conquistano la coppa del Mondo e la Webb Ellis cup viene consegnata da Nelson Mandela al capitano Pienaar.

Questo frammento di storia dello sport rappresenta simbolicamente la fine del regime di apartheid in vigore fino a pochi anni prima.

Perché, in un luogo apparentemente estraneo a logiche politiche si mette in atto un’azione di questo tipo? Probabilmente la risposta non considera una sola variabile, ma ciò che interessa cogliere per il contenuto dell’articolo di questo mese è la valenza simbolica dello sport come contenitore antirazziale.

Lo sport, inteso come insieme di gioco e di motricità, è uno dei luoghi simbolo dove qualsiasi persona, appartenente a condizioni sociali, economiche e culturali diverse, è capace di imparare e apprendere, non solo dal punto di vista motorio, ma soprattutto relazionale.

Come dice chiaramente Emanuele Isidoro, professore associato in Pedagogia generale, sociale, dello sport: “Se esiste un fenomeno che ha interessato e continua a canalizzare l’interesse di tutte le società umane che si sono avvicendate nella storia, se vi è un “universale culturale” … questo è lo sport. Lo sport appare come un fenomeno culturale, perché universale è il suo linguaggio e l’interesse che esso, come pratica che riunisce in sé l’idea di corpo, gioco e movimento, ha destato in tutte le civiltà umane.”

Lo sport è legato alla cultura di un popolo, ai suoi riti e miti: si può dire che il movimento e l’attività fisica nascano con l’uomo e facciano parte del suo processo evolutivo.

A dimostrazione di questo vi sono innumerevoli testimonianze nei secoli di immagini dipinte su muri e vasi e di rilievi dettagliatamente scolpiti di soggetti alle prese con sport singoli e/o di gruppo. Inoltre lo sport ha generato sempre occasioni di incontro tra popoli, sottolineando la sua valenza transculturale; infatti in tutte le società lo sport ha veicolato e veicola l’espressione del sé e il bisogno di confronto e dialogo dell’uomo con l’altro, con altri popoli, con altre culture.

A mettere in discussione l’universalità culturale della pratica sportiva sono le credenze e gli stereotipi etnici e razziali ancora molto diffusi.

Non costituisce una novità il sentir parlare di superiorità e dominio di alcune razze, relativamente ad un determinato sport, quasi a voler marcare una predisposizione genotipica rispetto ad un movimento piuttosto che ad un altro.

Tali credenze, assolutamente non fondate scientificamente, risuonano nei luoghi sportivi, riferite da chi conduce direttamente (qualche insegnante di educazione fisica e allenatore), senza considerare come un’affermazione di questo tipo sui giovanissimi possa avere una ricaduta negativa e fortemente discriminatoria. 

E’ bene sapere che le prestazioni fisiche di un soggetto dipendono “da fattori culturali e non da differenze biologiche, che nei gruppi umani sono minime e non tali da giustificare le diverse prestazioni sportive” (Harrison, 2001).

E’ necessario sviluppare un pensiero più ampio su una pedagogia antirazziale, dentro e fuori i luoghi adibiti alla pratica sportiva.

Siamo ormai consapevoli che lo sport possa rappresentare sia un linguaggio universale e di facile fruizione per tutti, proprio perché facente parte di una proprietà “metafisica” (José Maria Cagical) dell’uomo, sia un pretesto per agire discriminazioni di razza (basti pensare al tifo negli stadi e alla pratica diffusa di apostrofare l’avversario con frasi razziste e omofobe).

Nella mia esperienza posso dire che in ambito giovanile lo sport è un vettore relazionale efficace e naturale, proprio perché fa parlare il corpo. Nei differenti gruppi di giovani che seguo, spesso entrano a far parte della squadra giovani peruviani, nigeriani, equadoregni, marocchini, neoricongiunti alle famiglie arrivate in Italia anni prima; infatti pur avendo problemi con la lingua di nuova acquisizione, compensano con l’espressività corporea, che facilità, pur nella diversità, l’avvio del dialogo e della relazione tra coetanei.

 

Quali sono gli effetti dello sport nello sviluppo psichico di un bambino? Che cosa cambia nelle sue relazioni sociali quando fa sport? Quali emozioni si attivano durante la competizione sportiva?  Quali sono gli sviluppi cognitivi nella mente del bambino grazie allo sport? Come reagisce un bambino a un fallimento o una vittoria sportiva? Ogni mese un approfondimento.

A cura di Francesca Vavassori, Psicologa
www.psicologovavassorimilano.it

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