Homeschooling, perché dire no. Intervista a Franco Lorenzoni



Homeschooling: chiediamo il punto di vista di Franco Lorenzoni, fondatore e coordinatore dal 1980 de La Casa-laboratorio di Cenci ad Amalia, un centro di sperimentazione educativa che ricerca intorno a temi ecologici, scientifici, interculturali e di inclusione. Per questa attività ha ricevuto nel 2011, insieme a Roberta Passoni, il Premio Lo Straniero. Attivo nel Movimento di Cooperazione Educativa, ha di recente pubblicato con Sellerio “I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica”.

Le statistiche rivelano che il fenomeno homeschooling, molto presente negli Stati Uniti, sta prendendo piede in Europa e in Italia. Cosa pensa di questa tendenza?

Non ho dati precisi, ma c’è sicuramente un aumento, anche se relativo, anche in Italia. Io sono profondamente contrario. La scuola è il luogo della società dove avviene l’incontro fra le diversità. Una scuola degna di questo nome ha tra i suoi compiti il fare incontrare e mettere in dialogo diverse visioni del mondo, permettendo l’incontro e la mescolanza tra classi sociali diverse e tra diverse culture. Chiudere l’educazione dentro pareti domestiche o limitarla a piccoli gruppi omogenei significa costruire una scuola a misura del proprio figlio, escludendo molti aspetti della realtà che è di per sé disomogenea. Con tale scelta si perde una delle principali scommesse dell’educazione.

Quali sono le criticità di questa scelta?

Le famiglie che scelgono una scuola costruita ad hoc sulle proprie esigenze, rinunciano alla fatica che comporta l’affrontare le diversità più scomode e dunque la realtà. E’ una tendenza tipica della nostra epoca. Nel mio lavoro, in cui mi capita di girare per molti istituti e di incontrare dirigenti scolastici e famiglie, noto che la pressione ansiogena da parte dei genitori è in continuo aumento.

Un’ansia di controllo che riguarda anche gli aspetti più banali come le gite e qualsiasi tipo di uscita. Si percepisce il desiderio di far vivere i propri ragazzi in una bolla, si sente la paura di qualsiasi contaminazione. Questo è pericoloso sia per i giovani che si affacciano alla vita, sia per gli adulti che vivono nell’illusione di poter preservare i propri figli dagli inevitabili rischi che comporta l’esistenza.

Al di là di queste motivazioni, che rivelano ansie e paure della nostra epoca, possiamo dire che in alcuni casi la scelta dell’homeschooling è motivata da una scuola che ha tradito le aspettative? 

Sì, la scuola non è sempre quella che vorremmo. C’è una cospicua minoranza di insegnanti straordinari, che si dedicano con passione al loro lavoro, lottando per dare a tutti, senza discriminazioni, la possibilità di godere di una buona istruzione, e c’è una parte di insegnanti che non è consapevole del ruolo fondamentale che svolge nei confronti dei ragazzi oppure, semplicemente, non desidera spendersi più di tanto.

Capisco che alcune famiglie possano essere preoccupate e che vorrebbero qualcosa di più dalla scuola. Ma la soluzione del mettersi in proprio non mi convince, non si può fuggire dalla fatica dell’incontro con coloro che non scegliamo. Le cose più belle della nostra vita le realizziamo solo con grande sforzo.

L’illusione che tutto sia facile e a portata di mano oggi è data anche da usi impropri delle tecnologie, che ci inducono a credere che si possa raggiungere qualsiasi risultato e che gli altri, quando ci vengono a noia, si possano “spegnere”. Non è così. Lo studio è faticoso e la scuola vera è una palestra di vita impegnativa. Chi impedisce ai propri figli di vivere queste esperienze, li allontana dal mondo, gli impedisce di esplorarlo, dimenticando il cuore dell’insegnamento montessoriano: “Aiutami a fare sa solo”.

Non pensa che una delle cause per cui spesso gli insegnanti sono demotivati sia dovuta alla scarsa attenzione che lo stato rivolge a questa classe sociale, sia in termini di investimento economico (che si esplicita in stipendi troppo bassi), sia di prestigio sociale?

Certamente. La spesa pubblica italiana destinata all’educazione è recentemente calata e il nostro Paese si conferma ultimo in Ue per investimenti in istruzione. Il nostro Paese risulta penultimo poi negli investimenti in cultura cui dedica l'1,4% della spesa a fronte del 2,1% europeo. In un quadro del genere è inevitabile che l’insegnamento non rappresenti - come in Finlandia ad esempio - una delle professioni più ambite.

Sarebbe importante dedicare tempo e risorse a una formazione costante e proporre per i maestri e professori un orario più lungo da svolgere a scuola, naturalmente accompagnato da un significativo aumento dello stipendio.

Quando parla di scuola come contenitore di diversità, si riferisce anche alla presenza di bambini disabili?


Certo. Dal 1977 la scuola pubblica accoglie nelle classi i bambini disabili. Questa apertura è di grandissimo valore e importanza. Chi lavora da tempo nella scuola sa per esperienza che nelle classi in cui sono presenti scolari con diverse disabilità bambini e ragazzi sviluppano una sensibilità maggiore, una capacità di farsi carico delle difficoltà degli altri che è uno dei pochi apprendimenti davvero necessari per costruire una società un po’ meno disumana. Se la scuola non è meglio della società, cosa ci sta a fare?

Intervista di Giovanna Canzi

foto credit: woodleywonderworks

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monica guerra

docente presso il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università di Milano-Bicocca e ricercatrice di Didattica, pedagogia speciale e ricerca educativa. Monica Guerra si occupa in particolare di progettazione e analisi dei contesti per l’apprendimento e di forme di innovazione scolastica. È presidente fondatrice dell’associazione culturale Bambini e Natura e, con la collega Francesca Antonacci, cura il blog Una scuola (unascuola.blogspot.it).

 

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psicanalista lacaniana, è impegnata a leggere le questioni che riguardano le famiglie, il femminile e la voce alla luce della pratica e della teoria analitica. Il suo ultimo libro uscito per Nottetempo Mio figlio mi adora è dedicato ai “ragazzi che hanno la necessità biologica, psichica ed etica di sopravvivere al troppo amore dei genitori”. Un testo potente, a tratti duro, che invita le famiglie ad aprirsi all’alterità del mondo per donare ai figli ali grandi, forti, necessarie per il volo della vita.

 

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