Scuola, homeschooling e altri modelli. Intervista a Monica Guerra

homeshooling

Per capire meglio come il fenomeno dell’homeschooling s’inserisce nel quadro generale dell’istruzione, abbiamo parlato con Monica Guerra, docente presso il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università di Milano-Bicocca e ricercatrice di Didattica, pedagogia speciale e ricerca educativa. Monica Guerra si occupa in particolare di progettazione e analisi dei contesti per l’apprendimento e di forme di innovazione scolastica. È presidente fondatrice dell’associazione culturale Bambini e Natura (www.bambinienatura.it) e, con la collega Francesca Antonacci, cura il blog Una scuola (unascuola.blogspot.it).

Il fenomeno dell'homeschooling è davvero in crescita o l’attenzione dei media falsa la fotografia della realtà, un po’ come è accaduto per il “fenomeno meningite”?

Da ciò che posso osservare, credo sia in crescita, ma i numeri più significativi mi pare riguardino soprattutto l’insieme dei movimenti che, in varie forme, cercano alternative al modo tradizionale di fare scuola. Alcuni di questi movimenti sono interni all’istituzione scolastica: gruppi d’insegnanti o interi istituti che si documentano e si confrontano per poi attuare trasformazioni dall’interno.

Altri sono movimenti esterni, che mettono in atto modi diversi di fare scuola, cercando forme, anche strutturali, differenti. Tra le “novità” ci sono anche dei ritorni: l’esempio più evidente è quello del crescente successo delle scuole a metodo Montessori, che risale ai primi del ’900 e che ancora oggi si dimostra un’intuizione interessante.

Quali sono i bisogni – dei genitori e dei bambini – che in questi anni l’istruzione parentale riesce forse soddisfare meglio rispetto alle istituzioni scolastiche?  

Il fatto che sempre più famiglie cerchino soluzioni alternative alla scuola tradizionale significa che i bisogni sono cambiati ma soprattutto che è cresciuta la richiesta di realtà nelle quali i bambini siano protagonisti attivi dell’apprendimento, dove sia possibile fare esperienze vive, più vicine agli interessi individuali.

La scuola, per molte e svariate ragioni, non riesce a rispondere a questi bisogni in tutti i casi.  Per questo c’è bisogno di un progetto complessivo di ripensamento del sistema scolastico - che sappia valorizzare ciò che funziona e migliorare ciò che ne ha necessità - e delle risorse per attuarlo. E poi è necessario che le scuole riescano a comunicare con chiarezza il proprio progetto pedagogico, così come fanno spesso le esperienze che si pongono fuori dalla scuola. È questo ciò che i genitori cercano quando arriva il momento di pensare all’istruzione dei figli: un progetto chiaro e l’impegno a realizzarlo.

 

Noi italiani abbiamo l’abitudine di concentrarci sui difetti e di non porre a sufficienza l’attenzione sul bello e sul bene. Tu che conosci a fondo la realtà della scuola italiana, spiegaci quali sono i punti di forza della nostra scuola. Detto un po’ terra terra, quali esperienze è davvero difficile garantire ai bambini che studiano al di fuori dell’istituzione scolastica?  

Monica GuerraIl bambino che va a scuola, in particolare a quella pubblica, entra in un mondo eterogeneo, non tanto per età quanto per provenienza sociale: incontra molti mondi, anche distanti dai suoi, e impara a rapportarsi con tutte queste realtà. Se la scelta è quella dell’istruzione parentale, ciò avviene meno.

Storicamente, la scuola nasce per diffondere l’educazione nella popolazione e questa sua missione sociale è ancora importante e sentita, tanto che c’è sempre attenzione sulle situazioni di maggiore bisogno. La scuola pubblica, la scuola di tutti, oggi è ancora uno strumento per limitare il divario tra chi detiene la cultura, e quindi il potere, e tutti gli altri; è uno strumento per favorire la circolazione della conoscenza, per riavviare l'ascensore sociale: per questo è importante non indebolirla.

Un altro fondamentale punto di forza della scuola pubblica è quello che il bambino viene affidato a un’intera comunità educante, fatta di professionisti: persone che dovrebbero essere preparate e con esperienza, attorno alle quali, per ulteriore garanzia, c’è un sistema che vigila e verifica. Con ciò non voglio negare le difficoltà che spesso sono osservabili nel sistema scolastico, anzi. Credo però che alcune sue peculiarità siano ancora elementi importanti per cui vale la pena salvaguardarlo.

Tu vivi a Milano e dunque conosci bene la nostra realtà. In questo momento di riflessione sulla scuola, qual è la tua opinione sulla situazione italiana e, in particolare, sull’offerta disponibile nella nostra città?   

A Milano l’offerta scolastica è ampia. La città è da sempre attenta all’innovazione e oggi conferma questa vocazione: ci sono scuole, ad esempio, che hanno subito raccolto l’idea della “scuola senza zaino” (nata in Toscana), c’è ancora la Rinnovata Pizzigoni, ci sono perfino gli asili nel bosco.

Quella italiana è ancora un’ottima scuola, che merita di essere sostenuta perché in questo momento ha bisogno di forza e di risorse per rinnovarsi nei molti aspetti in cui questo è necessario, dalle strutture alle metodologie, ma soprattutto per realizzare appieno ciò che è già presente nelle Indicazioni ministeriali. Si tratta di un testo che merita di essere conosciuto più a fondo perché suggerisce prospettive culturali importanti e perché indica che le opportunità per innovare esistono già. La scuola gode di grande autonomia e non esistono più “programmi” obbligatori, come appunto si legge nelle Indicazioni Nazionali del MIUR:

“Nel rispetto e nella valorizzazione dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, le Indicazioni costituiscono il quadro di riferimento per la progettazione curricolare affidata alle scuole. Sono un testo aperto, che la comunità professionale è chiamata ad assumere e a contestualizzare, elaborando specifiche scelte relative a contenuti, metodi, organizzazione e valutazione coerenti con i traguardi formativi previsti dal documento nazionale. Il curricolo di istituto è espressione della libertà d’insegnamento e dell’autonomia scolastica…”

Naturalmente l’autonomia di cui si parla non è facile da mettere in atto e gli insegnanti devono essere aiutati a prendersi la libertà che la legge riconosce loro. Detto ciò, credo che una migliore informazione sulla scuola italiana e sul suo progetto pedagogico sia necessaria. In questo periodo si parla molto del cosiddetto “modello finlandese”: leggendo attentamente le loro indicazioni e confrontandole con quelle del nostro paese, ci si rende conto che spesso i documenti sono simili, ma ciò che fa la differenza è l’attuazione, le risorse messe a disposizione, l’impegno a ripensare il progetto complessivo per rispondere a bisogni – ma anche a stili di apprendimento - che sono cambiati.

Il compito, allora, è di impegnarsi per creare le condizioni che consentano di applicare al meglio quanto già è stato stabilito.

 

Di Federica Buglioni

foto credit Bournagain, Phil Roeder

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