Homeschooling e la paura del collettivo. Intervista a Laura Pigozzi

Laura Pigozzi, psicanalista lacaniana,  è impegnata a leggere le questioni che riguardano le famiglie, il femminile e la voce alla luce della pratica e della teoria analitica. Ha dedicato numerosi lavori al tema della voce perché per lei “La voce è l’inconscio”: dai testi A Nuda Voce (2008, ripubblicato nel 2016 da Poiesis), Voci smarrite (2013), al blog Rapsodia in cui pubblica articoli di psicanalisti e di artisti, fino alla fondazione del Non Coro, laboratorio stabile di sperimentazione e creatività vocale. La famiglia è indagata nel libro Chi è la più cattiva del reame? Figlie, madri, matrigne nelle nuove famiglie (2013, tradotto in Francia per Albin Michel nel 2016), mentre il suo ultimo libro uscito per Nottetempo Mio figlio mi adora è dedicato ai “ragazzi che hanno la necessità biologica, psichica ed etica di sopravvivere al troppo amore dei genitori”.Un testo potente, a tratti duro, che invita le famiglie ad aprirsi all’alterità del mondo per donare ai figli ali grandi, forti, necessarie per il volo della vita.

Le statistiche rivelano che il fenomeno homeschooling, molto presente negli Stati Uniti, sta prendendo piede in Europa e in Italia. Cosa pensa di questa tendenza?

Penso che sia un fenomeno coerente con la regressione collettiva del nostro tempo. Siamo di fronte a una collettività che non crede più nel sociale e che vive nella paura. Così i genitori di oggi manifestano una paura eccessiva nei confronti dei figli, rischiando di imprigionarli in una protezione che impedisce loro di vivere. Potremmo definirla una paura che non impedisce la morte, ma di sicuro impedisce la vita.

Da un punto di vista psicanalitico quali rischi vede per i ragazzi educati fra le pareti domestiche?

I bambini che vivono un’esperienza con pochissimi altri alunni parte di un micro gruppo, o addirittura con nessun compagno, rischiano di avere un unico confronto con gli adulti e di perdere il rapporto con il mondo. Penso che sia importantissimo, al contrario, che i piccoli studenti e i ragazzi siano inseriti in classi persino molto numerose per ridimensionare le proprie pretese di fronte agli insegnanti (sperimentano la frustrazione di non essere unici di fronte agli educatori, si rendono conto dell’imparzialità della propria posizione) e per iniziare a gestire in modo sereno il rapporto con i coetanei.

E per i genitori?

Camuffati da insegnanti, i genitori si trovano a espletare una funzione a 360°. Ciò li porta a sviluppare un’immagine di sé grandiosa, un narcisismo esasperato. Oltre a ciò, soffriranno presto della “sindrome da nido vuoto”, non appena i loro figli saranno obbligati a frequentare le scuole superiori.

Pensa che questa scelta possa essere motivata da una scuola che ha tradito le aspettative?

Penso che in Italia non abbia motivo di esistere. L’homeschooling è nata in Paesi come gli Stati Uniti dove recarsi a scuola è complicato perché gli istituti sono molto distanti o difficilmente raggiungibili. Qui tale esperienza rivela un bisogno di controllo sui propri figli e la presunzione che non esista alcuna figura formativa oltre al genitore. Io credo che la scuola italiana abbia di certo le sue difficoltà, ma è pur sempre meglio di qualsiasi altra alternativa.

Inoltre, dato che sappiamo perfettamente che l’apprendimento avviene attraverso il transfert, è sano che i ragazzi instaurino tanti tipi di transfert diversi con persone diverse. Il genitore non può e non deve essere l’unico depositario.

Quale deve essere il ruolo dell’educatore oggi?

Quello di saper accendere una passione, un desiderio di conoscenza, la voglia di vita.

 

Intervista di Giovanna Canzi

 

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fondatore e coordinatore dal 1980 de La Casa-laboratorio di Cenci ad Amalia, un centro di sperimentazione educativa che ricerca intorno a temi ecologici, scientifici, interculturali e di inclusione. Per questa attività ha ricevuto nel 2011, insieme a Roberta Passoni, il Premio Lo Straniero. Attivo nel Movimento di Cooperazione Educativa, ha di recente pubblicato con Sellerio “I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica”.

 

Intervista a Monica Guerra

monica guerra

docente presso il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università di Milano-Bicocca e ricercatrice di Didattica, pedagogia speciale e ricerca educativa. Monica Guerra si occupa in particolare di progettazione e analisi dei contesti per l’apprendimento e di forme di innovazione scolastica. È presidente fondatrice dell’associazione culturale Bambini e Natura e, con la collega Francesca Antonacci, cura il blog Una scuola (unascuola.blogspot.it).

 

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Negli Stati Uniti è un fenomeno di massa, nell’Ue una novità: a essere istruiti a casa sono 70 mila minori in Inghilterra, 3mila in Francia, 2 mila in Spagna. In Italia, le famiglie che fanno del proprio modello Giacomo Leopardi - educato fino a 7 anni da un precettore religioso, poi istruito personalmente dal padre, il conte Monaldo, fino all’età di 15 anni – sono circa mille e cinquecento. Viene chiamata con un neologismo moderno –homeschooling – ma si tratta di un habitus antico: quello di scegliere per i propri figli un’educazione impartita fra le pareti domestiche.

L’educazione parentale è l’istruzione impartita dai genitori o da altre persone scelte dalla famiglia ai propri figli. 

Si può coinvolgere nell’educazione chiunque abbia la capacità di trasmettere conoscenza, sfruttando tutte le fonti competenza che sono disponibili nell’ambiente circostante alla famiglia. Alcuni genitori preferiscono seguire degli orari giornalieri, utilizzando i testi e programmi scolastici, altri si affidano a un apprendimento più naturale e spontaneo dove si assecondano i bisogni, gli interessi e le capacità dei figli divenuti aiutanti e guide.

Chi sceglie di educare a casa è sottoposto solo alla Legislazione Statale, non è quindi soggetto a norme regionali, né provinciali, e uno studente può coprire tutto il proprio percorso di studi (fino all’università) senza mai mettere piede in aula.

Il fenomeno, che coinvolge genitori di ogni estrazione sociale e livello culturale, in Italia si articola in tre forme: l’educazione domiciliare da parte di genitori che impartiscono ai figli l’istruzione; le scuole parentali in cui cooperative di famiglie si mettono insieme per educare senza formare scuole paritarie. E infine l’istruzione attraverso il web.

Un contro-sistema educativo che si oppone al baluardo didattico della scuola, una reazione a un sistema ritenuto inefficiente e costrittivo, una scelta estrema che può rivelarsi rischiosa sia per gli studenti, allontanati dal mondo esterno, sia per i genitori, il cui atteggiamento tradisce un bisogno di onnipotenza in grado di soffocare e intrappolare in una ragnatela l’altro da sé.

Per fare luce su questa nuova tendenza, abbiamo interpellato alcuni esperti.

 

Intervista a Laura Pigozzi

psicanalista lacaniana, è impegnata a leggere le questioni che riguardano le famiglie, il femminile e la voce alla luce della pratica e della teoria analitica. Il suo ultimo libro uscito per Nottetempo Mio figlio mi adora è dedicato ai “ragazzi che hanno la necessità biologica, psichica ed etica di sopravvivere al troppo amore dei genitori”. Un testo potente, a tratti duro, che invita le famiglie ad aprirsi all’alterità del mondo per donare ai figli ali grandi, forti, necessarie per il volo della vita.

 

 

Intervista a Franco Lorenzoni

fondatore e coordinatore dal 1980 de La Casa-laboratorio di Cenci ad Amalia, un centro di sperimentazione educativa che ricerca intorno a temi ecologici, scientifici, interculturali e di inclusione. Per questa attività ha ricevuto nel 2011, insieme a Roberta Passoni, il Premio Lo Straniero. Attivo nel Movimento di Cooperazione Educativa, ha di recente pubblicato con Sellerio “I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica”.

 

 

Intervista a Monica Guerra

monica guerra

docente presso il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università di Milano-Bicocca e ricercatrice di Didattica, pedagogia speciale e ricerca educativa. Monica Guerra si occupa in particolare di progettazione e analisi dei contesti per l’apprendimento e di forme di innovazione scolastica. È presidente fondatrice dell’associazione culturale Bambini e Natura e, con la collega Francesca Antonacci, cura il blog Una scuola (unascuola.blogspot.it).

 

 

Homeschooling, perché dire no. Intervista a Franco Lorenzoni



Homeschooling: chiediamo il punto di vista di Franco Lorenzoni, fondatore e coordinatore dal 1980 de La Casa-laboratorio di Cenci ad Amalia, un centro di sperimentazione educativa che ricerca intorno a temi ecologici, scientifici, interculturali e di inclusione. Per questa attività ha ricevuto nel 2011, insieme a Roberta Passoni, il Premio Lo Straniero. Attivo nel Movimento di Cooperazione Educativa, ha di recente pubblicato con Sellerio “I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica”.

Le statistiche rivelano che il fenomeno homeschooling, molto presente negli Stati Uniti, sta prendendo piede in Europa e in Italia. Cosa pensa di questa tendenza?

Non ho dati precisi, ma c’è sicuramente un aumento, anche se relativo, anche in Italia. Io sono profondamente contrario. La scuola è il luogo della società dove avviene l’incontro fra le diversità. Una scuola degna di questo nome ha tra i suoi compiti il fare incontrare e mettere in dialogo diverse visioni del mondo, permettendo l’incontro e la mescolanza tra classi sociali diverse e tra diverse culture. Chiudere l’educazione dentro pareti domestiche o limitarla a piccoli gruppi omogenei significa costruire una scuola a misura del proprio figlio, escludendo molti aspetti della realtà che è di per sé disomogenea. Con tale scelta si perde una delle principali scommesse dell’educazione.

Quali sono le criticità di questa scelta?

Le famiglie che scelgono una scuola costruita ad hoc sulle proprie esigenze, rinunciano alla fatica che comporta l’affrontare le diversità più scomode e dunque la realtà. E’ una tendenza tipica della nostra epoca. Nel mio lavoro, in cui mi capita di girare per molti istituti e di incontrare dirigenti scolastici e famiglie, noto che la pressione ansiogena da parte dei genitori è in continuo aumento.

Un’ansia di controllo che riguarda anche gli aspetti più banali come le gite e qualsiasi tipo di uscita. Si percepisce il desiderio di far vivere i propri ragazzi in una bolla, si sente la paura di qualsiasi contaminazione. Questo è pericoloso sia per i giovani che si affacciano alla vita, sia per gli adulti che vivono nell’illusione di poter preservare i propri figli dagli inevitabili rischi che comporta l’esistenza.

Al di là di queste motivazioni, che rivelano ansie e paure della nostra epoca, possiamo dire che in alcuni casi la scelta dell’homeschooling è motivata da una scuola che ha tradito le aspettative? 

Sì, la scuola non è sempre quella che vorremmo. C’è una cospicua minoranza di insegnanti straordinari, che si dedicano con passione al loro lavoro, lottando per dare a tutti, senza discriminazioni, la possibilità di godere di una buona istruzione, e c’è una parte di insegnanti che non è consapevole del ruolo fondamentale che svolge nei confronti dei ragazzi oppure, semplicemente, non desidera spendersi più di tanto.

Capisco che alcune famiglie possano essere preoccupate e che vorrebbero qualcosa di più dalla scuola. Ma la soluzione del mettersi in proprio non mi convince, non si può fuggire dalla fatica dell’incontro con coloro che non scegliamo. Le cose più belle della nostra vita le realizziamo solo con grande sforzo.

L’illusione che tutto sia facile e a portata di mano oggi è data anche da usi impropri delle tecnologie, che ci inducono a credere che si possa raggiungere qualsiasi risultato e che gli altri, quando ci vengono a noia, si possano “spegnere”. Non è così. Lo studio è faticoso e la scuola vera è una palestra di vita impegnativa. Chi impedisce ai propri figli di vivere queste esperienze, li allontana dal mondo, gli impedisce di esplorarlo, dimenticando il cuore dell’insegnamento montessoriano: “Aiutami a fare sa solo”.

Non pensa che una delle cause per cui spesso gli insegnanti sono demotivati sia dovuta alla scarsa attenzione che lo stato rivolge a questa classe sociale, sia in termini di investimento economico (che si esplicita in stipendi troppo bassi), sia di prestigio sociale?

Certamente. La spesa pubblica italiana destinata all’educazione è recentemente calata e il nostro Paese si conferma ultimo in Ue per investimenti in istruzione. Il nostro Paese risulta penultimo poi negli investimenti in cultura cui dedica l'1,4% della spesa a fronte del 2,1% europeo. In un quadro del genere è inevitabile che l’insegnamento non rappresenti - come in Finlandia ad esempio - una delle professioni più ambite.

Sarebbe importante dedicare tempo e risorse a una formazione costante e proporre per i maestri e professori un orario più lungo da svolgere a scuola, naturalmente accompagnato da un significativo aumento dello stipendio.

Quando parla di scuola come contenitore di diversità, si riferisce anche alla presenza di bambini disabili?


Certo. Dal 1977 la scuola pubblica accoglie nelle classi i bambini disabili. Questa apertura è di grandissimo valore e importanza. Chi lavora da tempo nella scuola sa per esperienza che nelle classi in cui sono presenti scolari con diverse disabilità bambini e ragazzi sviluppano una sensibilità maggiore, una capacità di farsi carico delle difficoltà degli altri che è uno dei pochi apprendimenti davvero necessari per costruire una società un po’ meno disumana. Se la scuola non è meglio della società, cosa ci sta a fare?

Intervista di Giovanna Canzi

foto credit: woodleywonderworks

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docente presso il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università di Milano-Bicocca e ricercatrice di Didattica, pedagogia speciale e ricerca educativa. Monica Guerra si occupa in particolare di progettazione e analisi dei contesti per l’apprendimento e di forme di innovazione scolastica. È presidente fondatrice dell’associazione culturale Bambini e Natura e, con la collega Francesca Antonacci, cura il blog Una scuola (unascuola.blogspot.it).

 

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Scuola, homeschooling e altri modelli. Intervista a Monica Guerra

homeshooling

Per capire meglio come il fenomeno dell’homeschooling s’inserisce nel quadro generale dell’istruzione, abbiamo parlato con Monica Guerra, docente presso il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università di Milano-Bicocca e ricercatrice di Didattica, pedagogia speciale e ricerca educativa. Monica Guerra si occupa in particolare di progettazione e analisi dei contesti per l’apprendimento e di forme di innovazione scolastica. È presidente fondatrice dell’associazione culturale Bambini e Natura (www.bambinienatura.it) e, con la collega Francesca Antonacci, cura il blog Una scuola (unascuola.blogspot.it).

Il fenomeno dell'homeschooling è davvero in crescita o l’attenzione dei media falsa la fotografia della realtà, un po’ come è accaduto per il “fenomeno meningite”?

Da ciò che posso osservare, credo sia in crescita, ma i numeri più significativi mi pare riguardino soprattutto l’insieme dei movimenti che, in varie forme, cercano alternative al modo tradizionale di fare scuola. Alcuni di questi movimenti sono interni all’istituzione scolastica: gruppi d’insegnanti o interi istituti che si documentano e si confrontano per poi attuare trasformazioni dall’interno.

Altri sono movimenti esterni, che mettono in atto modi diversi di fare scuola, cercando forme, anche strutturali, differenti. Tra le “novità” ci sono anche dei ritorni: l’esempio più evidente è quello del crescente successo delle scuole a metodo Montessori, che risale ai primi del ’900 e che ancora oggi si dimostra un’intuizione interessante.

Quali sono i bisogni – dei genitori e dei bambini – che in questi anni l’istruzione parentale riesce forse soddisfare meglio rispetto alle istituzioni scolastiche?  

Il fatto che sempre più famiglie cerchino soluzioni alternative alla scuola tradizionale significa che i bisogni sono cambiati ma soprattutto che è cresciuta la richiesta di realtà nelle quali i bambini siano protagonisti attivi dell’apprendimento, dove sia possibile fare esperienze vive, più vicine agli interessi individuali.

La scuola, per molte e svariate ragioni, non riesce a rispondere a questi bisogni in tutti i casi.  Per questo c’è bisogno di un progetto complessivo di ripensamento del sistema scolastico - che sappia valorizzare ciò che funziona e migliorare ciò che ne ha necessità - e delle risorse per attuarlo. E poi è necessario che le scuole riescano a comunicare con chiarezza il proprio progetto pedagogico, così come fanno spesso le esperienze che si pongono fuori dalla scuola. È questo ciò che i genitori cercano quando arriva il momento di pensare all’istruzione dei figli: un progetto chiaro e l’impegno a realizzarlo.

 

Noi italiani abbiamo l’abitudine di concentrarci sui difetti e di non porre a sufficienza l’attenzione sul bello e sul bene. Tu che conosci a fondo la realtà della scuola italiana, spiegaci quali sono i punti di forza della nostra scuola. Detto un po’ terra terra, quali esperienze è davvero difficile garantire ai bambini che studiano al di fuori dell’istituzione scolastica?  

Monica GuerraIl bambino che va a scuola, in particolare a quella pubblica, entra in un mondo eterogeneo, non tanto per età quanto per provenienza sociale: incontra molti mondi, anche distanti dai suoi, e impara a rapportarsi con tutte queste realtà. Se la scelta è quella dell’istruzione parentale, ciò avviene meno.

Storicamente, la scuola nasce per diffondere l’educazione nella popolazione e questa sua missione sociale è ancora importante e sentita, tanto che c’è sempre attenzione sulle situazioni di maggiore bisogno. La scuola pubblica, la scuola di tutti, oggi è ancora uno strumento per limitare il divario tra chi detiene la cultura, e quindi il potere, e tutti gli altri; è uno strumento per favorire la circolazione della conoscenza, per riavviare l'ascensore sociale: per questo è importante non indebolirla.

Un altro fondamentale punto di forza della scuola pubblica è quello che il bambino viene affidato a un’intera comunità educante, fatta di professionisti: persone che dovrebbero essere preparate e con esperienza, attorno alle quali, per ulteriore garanzia, c’è un sistema che vigila e verifica. Con ciò non voglio negare le difficoltà che spesso sono osservabili nel sistema scolastico, anzi. Credo però che alcune sue peculiarità siano ancora elementi importanti per cui vale la pena salvaguardarlo.

Tu vivi a Milano e dunque conosci bene la nostra realtà. In questo momento di riflessione sulla scuola, qual è la tua opinione sulla situazione italiana e, in particolare, sull’offerta disponibile nella nostra città?   

A Milano l’offerta scolastica è ampia. La città è da sempre attenta all’innovazione e oggi conferma questa vocazione: ci sono scuole, ad esempio, che hanno subito raccolto l’idea della “scuola senza zaino” (nata in Toscana), c’è ancora la Rinnovata Pizzigoni, ci sono perfino gli asili nel bosco.

Quella italiana è ancora un’ottima scuola, che merita di essere sostenuta perché in questo momento ha bisogno di forza e di risorse per rinnovarsi nei molti aspetti in cui questo è necessario, dalle strutture alle metodologie, ma soprattutto per realizzare appieno ciò che è già presente nelle Indicazioni ministeriali. Si tratta di un testo che merita di essere conosciuto più a fondo perché suggerisce prospettive culturali importanti e perché indica che le opportunità per innovare esistono già. La scuola gode di grande autonomia e non esistono più “programmi” obbligatori, come appunto si legge nelle Indicazioni Nazionali del MIUR:

“Nel rispetto e nella valorizzazione dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, le Indicazioni costituiscono il quadro di riferimento per la progettazione curricolare affidata alle scuole. Sono un testo aperto, che la comunità professionale è chiamata ad assumere e a contestualizzare, elaborando specifiche scelte relative a contenuti, metodi, organizzazione e valutazione coerenti con i traguardi formativi previsti dal documento nazionale. Il curricolo di istituto è espressione della libertà d’insegnamento e dell’autonomia scolastica…”

Naturalmente l’autonomia di cui si parla non è facile da mettere in atto e gli insegnanti devono essere aiutati a prendersi la libertà che la legge riconosce loro. Detto ciò, credo che una migliore informazione sulla scuola italiana e sul suo progetto pedagogico sia necessaria. In questo periodo si parla molto del cosiddetto “modello finlandese”: leggendo attentamente le loro indicazioni e confrontandole con quelle del nostro paese, ci si rende conto che spesso i documenti sono simili, ma ciò che fa la differenza è l’attuazione, le risorse messe a disposizione, l’impegno a ripensare il progetto complessivo per rispondere a bisogni – ma anche a stili di apprendimento - che sono cambiati.

Il compito, allora, è di impegnarsi per creare le condizioni che consentano di applicare al meglio quanto già è stato stabilito.

 

Di Federica Buglioni

foto credit Bournagain, Phil Roeder

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